Interessante articolo di MEC sulla regione. Trovo sempre interessante leggere i suoi commenti...
Visto il clamore suscitato dal gol di Muntari non accordato dal segnalinee in Milan-Juventus, considerate le migliaia di righe scritte e le centinaia di opinioni espresse in ogni dove, dall’Italia all’UEFA, mi permetto di fare alcune considerazioni che sono strettamente legate ad alcuni recenti nostri articoli sugli arbitri e sul loro operato nelle varie partite. Molto spesso (eufemismo) la squadra che si vede defraudata da una decisione arbitrale, tende a incolpare sì l’arbitro, ma soprattutto fa ricadere sull’avversaria le colpe di tutto quanto. Un gioco delle parti che, dal mio punto di vista, è stucchevole per non dire ingiusto. L’errore arbitrale premia una compagine e penalizza l’altra. Ma chi viene beneficiato da questo giudizio non può avere colpe specifiche, non può modificare le scelte operate dall’arbitro e quindi, considerato il linciaggio che deve subire, è a sua volta penalizzata. Non a livello di punteggio, o non sempre almeno, ma certamente in fatto di immagine. I tifosi avversari tenderanno a dire che a venir beneficiata sia sempre quella o quell’altra compagine, a dipendenza delle contingenze e delle opportunità: ma anche questo fa parte di un gioco delle parti che si perde nel tempo e nei cliché, forse non da tutti ritenuti sempre tali.
È evidente che l’immagine, la forza economica, politica e mediatica di un Milan-Juventus, rispetto ad altre sfide sono di una differenza abissale. Siamo convinti che certe reti date o non date (come nel basket i falli fischiati in un modo piuttosto che in un altro), in gare meno eclatanti di questa, avrebbero avuto un riscontro mediatico differente: se ne parlava la domenica sera e poi si girava pagina. Diventa così evidente l’iniquo giudizio di valore espresso su partite di punta e su altre di apparente minore importanza. Gli eccessi, le provocazioni, le frasi dette e non dette, il semplice dito puntato piuttosto che l’insulto, hanno un peso che viene inevitabilmente a condizionare il giudizio sportivo e diventa un pro o contro, a dipendenza dei colori, e senza mai poter avere la controprova che il risultato finale, senza quel particolare errore, sarebbe stato diverso.
Anche a noi è successo di farci travolgere da certe situazioni, giudicando e descrivendo in modo unidirezionale una gestione arbitrale, facendo leva su una bufala galattica. Quindi, senza avere la necessaria serenità di vedere un errore come tale e non come una cospirazione nei confronti dell’una o dell’altra squadra, certamente condizionati anche dalla storia sportiva vissuta più o meno in prima persona: ma ciò non può essere una scusante.
Bisogna prendere coscienza di questi eccessi nelle valutazioni se vogliamo portare avanti un discorso educativo e costruttivo, soprattutto con i giovani che fanno sport. Si dirà che è la solita aria fritta e buonista, ma se ci sono società che si stanno impegnando in un progetto etico, qualcosa vorrà pur dire. Far capire a chi fa sport che l’errore è di tutti ed è una componente del gioco, un elemento su centinaia che si susseguono, che educare ha comunque un suo valore e che si devono considerare anche i propri errori e non solo quelli altrui, potrebbe essere un passo avanti.
Parallelamente a questo discorso di tolleranza, mi permetto di sottolineare quanto sarebbe utile, sempre in chiave di crescita agonistica e sportiva, la presa di responsabilità di chi fa il professionista. Quanto sono attrezzate le nostre società per gestirsi in modo professionistico? Quanto lo sono gli allenatori? E quanto sono veri professionisti quelli che vengono ingaggiati come tali? Recentemente ho avuto modo di osservare atteggiamenti e comportamenti e di sentire commenti dell’una o delle altre parti, su quanto accade dentro e fuori il campo, nelle varie società e non solo ticinesi. Credo che un discorso di fondo, magari anche a livello di Lega, lo si dovrebbe fare, perché permetterebbe a tutti di affrontare queste problematiche con maggior determinazione. È un mondo dove troppe persone parlano, ma poi non agiscono. Ci sono giocatori che scaricano le colpe senza mai un’autocritica: professionisti che non sono dei modelli per chi lavora otto ore prima degli allenamenti, allenatori impotenti perché non hanno pieno appoggio dai dirigenti e dirigenti che sono anche ostaggio dei contratti dei giocatori.
Credo che il sistema professionistico o semiprofessionistico vada imparato, capito e gestito bene, in modo che le società siano veramente efficaci e che ognuno sia tenuto ad assumersi responsabilità e comportamenti in sintonia con il ruolo che ha. Sarebbe un passo avanti per crescere veramente e non navigare a vista come troppo spesso accade.
giovedì 1 marzo 2012
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